Bestemmie al Grande Fratello: critiche dell'Avvenire. Il caso è politico

grande fratello

Qualche tempo fa avevamo affrontato la vicenda, ritenendo che si trattasse e che si tratti di una questione di evidente rilevanza politica. Alcuni, nei commenti a quel post, hanno vivacemente protestato affermando che fatti del genere non hanno alcun peso e che non occorrerebbe nemmeno commentarli.

Mi riferisco all'improvvisa "indulgenza" manifestata da Mediaset nei confronti dei bestemmiatori al Grande Fratello. Uno dei concorrenti di quest'anno, tale Matteo Casnici, colto dalle telecamere mentre bestemmiava, è stato "assolto" perché, mancando l'intenzionalità, il fatto non avrebbe costituito peccato.

E subito dopo un altro concorrente dell'anno scorso, che era stato espulso per lo stesso motivo, ma senza un giusto processo, è stato riammesso (dopo aver minacciato azioni legali), anche lui perdonato perché l'analisi del contesto (non si sa bene quale) in cui era stata pronunciata la bestemmia avrebbe portato ad un'analoga, successiva (ma tardiva) assoluzione, suggellata poi dal santificante voto popolare. Insomma, quella di quest'anno rischia di diventare l'"edizione dei bestemmiatori"..

Contro questi episodi si è espresso, rispondendo alla lettera scandalizzata di una lettrice, il direttore dell'Avvenire, Marco Tarquinio, il quale ha così commentato:

Ci sono ideatori di spettacoli che pur di 'fare ascolti' e tenere accesi i riflettori programmano - ma mi verrebbe da dire premeditano - incidenti-esca. Il caso del bestemmiatore è emblematico. Dico solo questo: mentre nel mondo ci sono decine di milioni di persone che soffrono e vengono uccise per la propria fede, mentre ci sono cristiani condannati a morte per 'blasfemia' solo perché non rinunciano alla nostra fede in Gesù Cristo ''vero Dio e vero uomo'', in Italia - culla del cristianesimo e cuore della cattolicita' - non si fa solo spettacolo dell'offesa a Dio e alla buona educazione che accomuna credenti e non credenti, ma si mette in scena anche il rito dell'indulgenza verso un'autentica blasfemia espressa nella sua forma piu' volgare e urtante.

La motivazione con la quale sono stati riammessi i concorrenti in questione ricorda molto quella che monsignor Fisichella diede dopo la bestemmia di Silvio Berlusconi, sparata a conclusione di una pessima barzelletta sulla Bindi, raccontata dal Premier ad esponenti della Protezione civile e a militari e ripresa in un video diffuso l'anno scorso dall'Espresso. In entrambi i casi si è guardato ad un non meglio definito "contesto" che avrebbe giustificato le frasi lesive del sentimento religioso dei cattolici...

Ma perché la questione ha un'evidente rilevanza politica? Per vari motivi. Innanzitutto, chi afferma che episodi del genere non riguardano la politica o è in mala fede o commette lo stesso errore nel quale per lungo tempo è incorsa buona parte della sinistra italiana, del tutto ignara dell'effettivo, straordinario potere persuasivo della televisione.

Quando, nel 1994, Berlusconi decise di "scendere in campo", Occhetto fu ben lieto di affrontare quello che egli riteneva un "utile idiota" da battere facilmente, senza neanche immaginare quali frecce avesse al proprio arco il suo avversario.

In quell'occasione (e anche nelle successive consultazioni elettorali) si mobilitarono per Berlusconi popolarissimi personaggi televisivi come Mike Bongiorno, Corrado Mantoni o Raimondo Vianello. Personaggi che, per tanti anni, avevano intrattenuto milioni di italiani e che erano diventati per questi ultimi quasi dei familiari o comunque dei vecchi amici.

I giovani che andavano a votare per la prima volta nel 1994 erano stati cresciuti dai cartoni animati della Fininvest e si commuovevano ripensando a trasmissioni come Bim Bum Bam o a personaggi della propria infanzia come i pupazzi Five, One e Four.

Insomma, Berlusconi era colui che aveva regalato agli italiani i sogni della tv commerciale. Aveva instaurato con i propri telespettatori-elettori un rapporto privilegiato, estremamente intenso, quasi intimo. In quegli anni prese avvio un processo volto a fare del corpo elettorale un insieme indefinito di tele-elettori obbedienti ad ogni impulso proveniente dal piccolo schermo.

Gli attori principali di questo processo furono giornalisti e presentatori spregiudicati, ai quali spettò (e spetta ancora) il compito di tradurre in pseudo-pensieri politici gli impulsi provenienti da questo rapporto sentimentale che Berlusconi ha instaurato con gli italiani.

Anche il Grande Fratello svolge un ruolo molto importante nel quadro di un "programma culturale" che ha molto in comune con la pedagogia totalitaria dei regimi comunisti, tanto condannati a parole dai berlusconiani: propaganda un modello di democrazia identitaria senza regole. Le regole sono stabilite di volta in volta dal grande burattinaio, che si appella al popolo (o meglio al tele-popolo) solo quando gli conviene, sulle questioni che egli decide di volta volta e senza alcuna trasparenza sugli stessi procedimenti decisionali.

In questa tele-democrazia, anche le regole etiche cambiano a piacimento. Non c'è alcuna certezza. Nulla di intangibile. Perfino la bestemmia (ma perché non il furto, lo stupro o l'omicidio?) è intollerabile solo fino a quando ritiene opportuno che lo sia il grande fratello.

Foto | Flickr.it

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