La rivolta di Gezi Park, un conflitto che ci riguarda


E'veramente singolare che quanto stia avvenendo in Turchia venga ridotto da Repubblica e Corriere ad una protesta anti-fondamentalista. La rivolta di Gezi Park tiene insieme motivazioni più composite di quanto venga lasciato trapelare dai media filoausterity e non può essere svilita in uno slogan che rimbalza nelle testate nazionali più importanti:" la rivolta della birra".

La scintilla che ha fatto esplodere la rabbia a Instanbul è stata l'ennesimo tentativo di cementificazione di un parco. L'idea è quella di abbattere 600 alberi per far posto alla costruzione di un centro commerciale e all'edificazione di una nuova moschea. La protesta, incominciata in maniera pacifica, si è nel corso delle ore fortemente allargata ed ha assunto i caratteri di una rivolta.

Questa vicenda "locale" diviene rilevante a livello globale perché non palesa soltanto una rabbia che covava sotto la cenere da anni contro una linea di governo, ma anche la voglia di mettere in campo forme resistenziali contro un modello economico e sociale.

Ma quali sono le dinamiche che hanno preparato la rivolta turca? Quali sono le ragioni della rabbia? Proviamo ad enuclearne qualcuna.

La prima senz'altro è la messa in questione delle politiche economiche che si basano solo sull'aumento del Pil, senza tenere conto di altri indicatori, politiche che hanno incentivato forti diseguaglianze.
La seconda è quella di respingere politiche che contemplano una scarsa qualità di vita dei cittadini. Consumo di suolo, inquinamento e liberismo di estrazione da un lato privatizzano i beni comuni, dall'altro creano megalopoli invivibili.
La terza è il rifiuto dell'involuzione confessionale dello stato. Dopo regimi laicisti, e diciamolo pure fascisti, in Turchia si è imposto, non senza l'iniziale mancanza di un solido appoggio internazionale, il partito dell' Akp guidato da Erdogan. Così una forte componente identitaria islamica è ritornata nel paese di Ataturk. Possibilità per le donne di indossare il velo nei luoghi pubblici, che prima era vietata, leggi restrittive nel consumo degli alcolici, punizioni per scambi di effusioni nei luoghi pubblici, sono alcune delle misure introdotte dal nuovo governo. A questo poi si aggiungono tentativi di imbavagliare la stampa e la scarsa attenzione per i diritti delle minoranze.

Il governo Erdogan, definito da molti "moderato", non è altro che il compiersi di politiche sviluppiste che per attuarsi mettono in campo un patto con il fanatismo religioso. Quest'ultimo assume nel suo rigore un effetto compensatorio dinanzi al disorientamento prodotto dalla globalizzazione. Tale compromesso si basa sull'ipocrisia del mantenimento della democrazia rappresentativa, della libertà di voto. Ma ecco che alla prima scintilla di protesta, il governo turco non può che mostrare il suo vero volto, quello del regime di polizia. Ieri, lo ricordiamo, ci sono stati secondo le stime di Amnesty International 2 morti e 900 arresti .
Se a ciò si aggiunge che Erdogan sta preparando la riscrittura della Carta Costituzionale per introdurre una riforma presidenzialista, è facile intuire in che direzione stia andando la Turchia.

E'impossibile prevedere oggi quale piega prenderà la protesta, se sarà in grado di dare vita ad una primavera turca, se riuscirà a coniugare fino in fondo istanze sociali e libertarie. Staremo a vedere, nell'attesa proviamo a non offendere le nostre intelligenze fornendo un'immagine di quello che sta accadendo come una rivolta di giovani che vogliono ubriacarsi la sera.

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