Rassegna stampa estera: l'Italia tra corruzione, Mafia e sinistra inetta


Non ci sono solo lo scandalo Ruby-Bunga Bunga e l'ambigua posizione italiana sulla Libia a riempire le pagine dei quotidiani stranieri dedicate al nostro paese. Temi diversi, anche se purtroppo non lusinghieri, hanno trovato in queste settimane spazio sui media esteri.

In India The Hindu ha fatto un parallelismo tra la democrazia asiatica e il nostro paese. Il comune denominatore? La corruzione.

La maggior parte degli indiani confessa di sentirsi a casa in Italia: la vita è caotica, nessuno rispetta le regole, la polizia è corrotta, vi è una considerevole evasione fiscale, la mafia controlla grosse fette del territorio, il governo è incapace e i benestanti fanno una bella vita. Quasi nessuno si prende cura dei poveri, eccetto alcune organizzazioni caritatevoli cristiane e delle ONG.

Il denaro pubblico stanziato per le vittime di disastri naturali sparisce nelle tasche di funzionari statali; il nepotismo dilaga; le case costruite per i poveri sono le prime a crollare nelle zone sismiche del meridione, poiché realizzate con materiali di scarsa qualità… Vi suona familiare? Le analogie fra l’Italia e l’India sono impressionanti e anche sorprendenti. Basta guardare al modo di fare politica, alla corruzione nella vita pubblica percepita come convenzione sociale, alla solidità delle relazioni familiari e a come è strutturata la società. Alla guida dell’India non abbiamo certamente un casanova vecchio e sfinito come Silvio Berlusconi, le cui nottate Bunga Bunga, feste sfarzose dove è spesso circondato da lolite minorenni, hanno suscitato senzazioni di vergogna miste a orrore. Tali comportamenti non sarebbero possibili in India per via delle regole sulla moralità pubblica e (per quello che conta) privata. Ma, come in Italia, quasi nessun politico accusato di corruzione, abuso d’ufficio o anche semplicemente di appropriamento di denaro pubblico, è mai andato in prigione.

Lo spagnolo El Pais ha puntato l'indice sulle responsabilità della sinistra italiana:

Giocando a fare i progressisti, gli antimoralisti e i garantisti, ma essendo in realtà semplici complici assoldati, piazzati con le loro figlie e nipoti nel calore della grande tostatrice della holding del vespone, hanno rinunciato vilmente alla propria tradizione partigiana, si sono dimenticati la questione morale di Berlinguer nella tasca del cappotto di pelo di cammello, immergendosi in libri e discorsi nel più ridicolo compromesso storico con il capoclasse. Non hanno voluto capire che Falcone, Borsellino, Colombo, Boccassini, Di Pietro ed altri riformatori illuminati che rischiavano la vita fino a perderla a volte nell’impegno di cambiare il paese, erano le vere guide. Superbi, amorali, e arroganti, hanno pensato che i loro pari rispettabili non fossero quei magistrati rozzi che non capivano l’arte della politica; hanno piuttosto deciso di fumare e fare comunella nel Transatlantico di Montecitorio con tipi raffinati come il bibliofilo Marcello Dell’Utri, impiegato siciliano dello stalliere di Arcore (l’eroe Mangano), che ha fondato Forza Italia per salvare dal carcere sicuro B. ed è finito condannato lui stesso per associazione mafiosa, ma sempre sul suo trono. Nel frattempo, il magnate del denaro prestato (non si sa da chi), circondato ovunque da pregiudicati, delinquenti economici e conti offshore, elargiva libri, champagne scadente, pizza riscaldata, viaggi lontani, serie e film di bassocosto e ben remunerati posti da opinionista agli intellettuali di sinistra, a condizione che non approvassero nessuna legge sul conflitto d’interessi.

L'austriaca Die Presse ha raccontato la storia di Vincenzo Conticello "Il ristoratore che si oppone alla mafia":

Il pizzo? Fino ad allora non era un problema. Il fatturato consisteva in circa due milioni di euro, troppo poco per fare gola. I padrini e i clan mafiosi stessi erano tra i suoi migliori clienti. Si accontentavano di chiedere ed ottenere uno sconto, quando la famiglia Conticello provvedeva alla consegna delle loro squisite e genuine specialità in occasione di cene e banchetti nuziali organizzati dai mafiosi. Ma Vincenzo aveva mire più alte. Progettava filiali in tutta Italia, e sondava il terreno anche in Cina. 15 milioni di euro di fatturato annuo e 600 dipendenti il suo giro d’affari del 2005. Quando c’è da guadagnarci ai mafiosi viene l’acquolina in bocca e vogliono metterci il becco. Inoltre l’onesto gastronomo inziava a diventare qualche seccatura, poiché rispettando le regole pagava le tasse, metteva in regola i suoi dipendenti e pagava tutti puntualmente. L’incubo è iniziato con piccoli misteriosi guasti. Saltava la corrente, mancava l’acqua, vetrate che andavano in frantumi. Poi un giorno è comparso improvvisamente alla porta un signore vestito elegantemente che consigliava subito una protezione completa contro ogni tipo di seccatori, dalla criminalità rivale fino ai controlli della Finanza, per solo 500 euro al mese. Un’offerta che non si poteva rifiutare, ma che l’ostinato ristoratore tuttavia respinse. Seguirono minacce di morte e una nuova richiesta in danaro, di oltre 50.000 euro – un forfait per il passato, poiché il locale dal lontano 1834 anno di fondazione non aveva mai pagato il pizzo. Il coraggioso gastronomo prima denunciò i suoi ricattatori e poi testimoniò contro di essi in tribunale. Quattro mafiosi furono condannati complessivamente a quasi cinquant’anni di reclusione.

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