Falsi miti del federalismo: aumenteranno le tasse


I prossimi due mesi saranno per forza di cose improntati all'argomento federalismo, dal momento che a metà maggio scade la delega e per allora bisognerà far passare tutti i decreti che lo compongono, o si rischia un provvedimento mozzato.

Il federalismo municipale, passato ieri alla Camera, rappresenta infatti solo l'inizio di una serie innumerevole di decreti, e il tempo stringe. Ma al di là di questo, sarebbe ora di capire che questa riforma va a vantaggio di tutti, destra e sinistra, e non per niente ha riscosso l'approvazione dell'Anci. E allora perché a sinistra, ma anche in parte della destra (vedi Fli e persino una certa parte meridionalista del Pdl) ci si oppone sistematicamente?

Le risposte sono essenzialmente due: una di carattere genericamente elettorale, ovvero che nessuno vuole arrivare in fondo perché si teme che la sola Lega se ne prenda il merito. Una di carattere localistico, perché molti politici che prendono i voti al sud, ovvero dove gli enti locali sono più allegri nella gestione delle risorse statali, temono di perderne in popolarità.

Sì, perché l'obiezione più comune contro il federalismo è: le tasse aumenteranno. Ma è falsa. Più corretto sarebbe dire: le tasse potrebbero aumentare in quei comuni che hanno speso troppo e male e che per ripianare le minori risorse che di conseguenza otterranno, invece di razionalizzare la spesa, non sanno fare altro che imporre nuovi tributi ai cittadini.

Ma basta che chi è amministrato da gente così non la voti più, e il problema nel giro di poco si risolve. Mentre chi ha votato amministratori capaci, ne avrà un guadagno da subito. Si chiama principio perequativo, ovvero il fondamento stesso della riforma federalista: chi opera bene viene premiato con più risorse, chi opera male viene bastonato in modo che si ravveda.

Insomma, il buon vecchio bastone e carota che anima tutto il nostro apparato legislativo e che sarebbe ora regolasse anche il rapporto stato/enti locali. Prima che sia troppo tardi.

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