Rassegna stampa estera: Italia, Libia e immigrazione


Cosa dicono i giornali stranieri dell'Italia? In queste settimane il Bel Paese è visto più che altro come una nazione europea per forza di cose in prima linea nel fare i conti con la crisi libica.

Lo spagnolo El Pais ad esempio si è sforzato di raccontare come i migranti che raggiungono l'isola di Lampedusa in queste settimane presentino caratteristiche molto particolari:

Sono tutti giovani, fra i 20 e i 35 anni, laureati, colti, parlano varie lingue, posseggono iphone o cellulari con i quali hanno filmato il loro viaggio. Sono persone molto diverse dai soliti immigrati che arrivano disperati da Nigeria, Somalia, Eritrea. Sono come noi. Cercano un futuro perché sanno che il loro Paese non è al loro livello. Non in questo momento” commenta Tommaso Della Longa, trentenne, portavoce della Croce Rossa.

Le loro condizioni sanitarie di solito sono buone. Non attraversano il diserto libico prima d’arrivare in Europa. Non aspettano mesi nel deserto. “La nave di ieri sera era piena zeppa di ragazzi. Mi sembrava una gita scolastica. Erano tanti, giovani ed eccitati”, commenta un medico dell’ONG Medici Senza Frontiere. Il centro d’accoglienza dell’isola può ospitare 850 persone in condizioni normali, ma, in casi d’urgenza – come nella situazione attuale – ha una capacità massima di 1200. “Oggi abbiamo qui 1618 persone. 8 donne e 71 minori”. Per evitare un collasso della struttura, il Ministero dell’Interno ha predisposto voli e navi giornalieri che dall’isola italiana trasportano gli immigrati ini centri secondari dove possono chiedere asilo politico e fermarsi più tempo. Centri come questi si trovano in tutto il Paese, però quelli in stato d’allerta e che ricevono il flusso dell’emergenza magrebina si trovano tutti al Sud, la maggioranza in Sicilia, Puglia e Calabria. Il ministro degli interni, Roberto Maroni, della Lega Nord, non può compromettere la sua immagine di uomo dal pugno ferro davanti all’elettorato del Nord. Nel silenzio dell’Unione Europea, queste vite umane in bilico tra il sogno del futuro e l’angoscia del passato sono nelle mani del Sud Italia.

Sempre El Pais ha ricostruito la storia della colonizzazione italiana della Libia, trovando delle continuità tra quel regime e quello di Gheddafi, in un articolo intitolato significativamente "Cent'anni senza Stato":

“Quando gli Italiani sbarcano nell’ottobre del 1911, la Tripolitania è una provincia ottomana abbastanza trascurata nella quale, tuttavia, si individuano alcuni embrioni di progresso, passi avanti nell’istruzione, un inizio di stampa e persino, in certi ambienti, un crescente desiderio di unificazione con la Cirenaica. L’arrivo degli Italiani, che applicano il classico divide et impera, interrompe questo processo e congela la società locale. La Libia resta indietro”, spiega Nicola Labanca, professore dell’Università di Siena specializzato in storia coloniale italiana. (..) “In secondo luogo”, prosegue Lobanca, “gli Italiani decidono di non diffondere l’struzione. Scelgono di disgregare la classe dirigente locale che si sta formando. L’Italia non istituirà mai un’università in Libia. Le potenze coloniali liberali lo avevano fatto, e spinsero i figli della classe dirigente locale a studiare nella capitale. Nel caso dell’Italia in Libia non fu così. Bisogna tenere presente che il colonialismo italiano, a differenza di quello britannico o francese, è fondamentalmente un colonialismo fascista, con una profonda ideologia razzista”. Benito Mussolini salì al potere nel 1922. (..) L’Italia reprime, evita di educare e non getta le basi per una vita istituzionale. Con le debite differenze, c’è una certa continuità in queste politiche con la monarchia di Re Idris e, soprattutto, con il regime di Gheddafi, che non prevede un Parlamento e mantiene le Università in uno stato di asfissia letale.

In Germania Der Spiegel ha illustrato quanto sono stretti i legami tra il nostro paese e la Libia di Gheddafi:

L’italiano è stato a lungo fedele al suo amico trans mediterraneo. Ancora nelle scorse settimane, quando Gheddafi ordinava di sparare e bombardare sui cittadini, Berlusconi si era rifiutato di pronunciare una parola di critica. L’Italia ha bloccato, ancora lunedì scorso, le manovre dell’Ue contro gli eccidi a Tripoli. Solo dopo notevoli pressioni avanzate nel corso della settimana da Washington – il ministro degli esteri statunitense Hilary Clinton aveva più volte chiamato Roma – Berlusconi ha ceduto. In maniera però eccessiva: Gheddafi è matto, riporta il quotidiano La Repubblica citando Berlusconi, potrebbe persino lanciare razzi contro l’Italia. Le ripercussioni per l’Italia sono enormi, anche senza la vendetta di Gheddafi. L’economia è dominata da un clima di preoccupazione. La Libia non è solo fornitrice di materie prime e importante acquirente di prodotti finiti italiani, ma è anche comproprietaria con molti imprenditori italiani. Con il 7.2 % delle azioni, lo stato nordafricano è anche il maggior azionista dell’UNICREDIT. Il vicepresidente dell’istituto bancario è quindi un libico, capo della banca centrale di Tripoli, Farhat Bengdara che però attualmente è irreperibile. Dieter Rampl, presidente dell’UNICREDIT ha dichiarato che non si hanno notizie di Bengdara. La Libia è comproprietaria del gruppo Finmeccanica per le tecnologie e costruzioni per la difesa, oltre che dell’ENI. E persino circa il 7% della mitica Juventus appartiene allo stato nordafricano. Le quote percentuali dei libici in verità sembrano limitate – di Finmeccanica sono solo il 2% e dell’Eni appena poco più. La questione è nascosta nella reciproca dipendenza.

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