Ma la Carta d'Identità Elettronica serve a qualcosa?


Si chiama CIE e doveva rappresentare una delle grandi innovazioni della Pubblica amministrazione italiana. In realtà la Carta d'Identità Elettronica ha subito un destino travagliato quanto incerto ed oggi, a 4 anni dal decreto che doveva regolamentarne definitivamente l'esistenza, rimane ancora uno strumento che incede con indeterminatezza tra l'ambizione modernista e il classico spreco di soldi all'italiana.

Il Ministero dell'Interno ci ricorda che

Il documento di riconoscimento elettronico contiene tutti i dati identificativi e le informazioni ufficiali relative alla persona e funzionerà anche come carta di servizi. La Carta contiene, memorizzate su un microchip e su una banda ottica, i dati personali, il codice fiscale, i dati di residenza, la cittadinanza, il codice numerico del comune di rilascio, la data del rilascio e la data di scadenza oltre alla firma del titolare, la fotografia ed eventuale indicazione di non validità ai fini dell'espatrio. Potrà contenere anche i dati amministrativi del Servizio Sanitario Nazionale, e tutte le informazioni occorrenti per la firma digitale.

Tutto questo nella più rosea delle teorie. Perché nella pratica tutto ciò non è avvenuto e la carta d'identità elettronica è rimasta sospesa nel limbo: spreco o grandissima botta di modernità? Il periodo di sperimentazione dell'oggetto è finito nel 2010, dopo ben 9 anni. E dal 2012 dovrebbe diventare obbligatoria per accedere ai servizi della Pubblica amministrazione.

In realtà la tesserina elettronica avrebbe già perso gran parte della sua utilità:

Si era fantasticato d’immagazzinare sulla CIE anche dati personali relativi alla salute. Per fare questo sarebbe servito che i sistemi informatici del Ministero degli Interni e delle Asl fossero integrabili. Di fatto nessuno vuole rinunciare alle sue prerogative e i sistemi non sono integrabili. Si era pensato di usare la CIE come chiave, “key”, per la gestione di accessi informatici riservati. La posta elettronica certificata (PEC) poteva basarsi sul chip della CEI. Il massimo che è stato ottenuto e una PEC in formato ridotto che serve soltanto per far comunicare cittadini con pubbliche amministrazioni. Le PEC vere sono gestite da privati e usano chip proprietari, distribuiti dalle stesse società.

Un modo costoso quanto superfluo di utilizzare soldi pubblici, a quanto pare, che al cittadino italiano costa 20 euro invece dei 5 necessari per la carta d'identità classica e che può essere rinnovata solo con un foglio di carta A4 (da tenere insieme al documento) che alcune frontiere non riconoscono neppure.

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