Rassegna stampa estera: l'Italia tra Berlusconi, Ruby e Gheddafi


Il 150° anniversario ha attirato l'attenzione dei quotidiani stranieri sull'Italia, ma del nostro paese si parla oltralpe anche in relazione ad altri temi di attualità.

In primo piano come sempre Silvio Berlusconi e i suoi processi, a cominciare da quello di Ruby Rubacuori. Come ha scritto in Germania la Sueddeutsche Zeitung:

Quello sul caso Ruby non e´ l’unico processo per il quale Berlusconi e´ imputato e ha comunicato di volersi mettere a disposizione della giustizia tutti i lunedi’ spiegando agli italiani come stanno veramente le cose. A Milano sono in corso altri tre processi: la settimana scorsa e´ stato riavviato il “processo Mediaset” per corruzione e frode fiscale. Venerdi´ il tribunale ha fissato per il 23 marzo la prossima udienza del “processo Mills” nel quale Berlusconi e´ accusato di aver corrotto l’avvocato inglese David Mills inducendolo a testimoniare il falso. Un terzo processo, per frode fiscale, deve essere ancora aperto.

Di recente il presidente del consiglio italiano ha annunciato una radicale riforma della giustizia. Per poter entrare in vigore occorre che entrambe le camere la accettino. Opposizione e rappresentanti dei giudici la criticano aspramente perche´ ridurrebbe ampiamente l’indipendenza dellla magistratura. Questa riforma e´ un tema ricorrente del governo e ripetuti sono stati finora i tentativi di portare avanti questo progetto. Costante l’accusa che viene mossa a Berlusconi di voler cambiare le leggi a proprio vantaggio. Berlusconi respinge quest’accusa. “La riforma che abbiamo deciso rinnovera´ tutto il sistema giudiziario. Questa riforma la volevo gia´ quando entrai in politica nel 1994″ – dice Berlusconi. Sulla necessita´ di riformare la politica sono d’accordo praticamente tutti i partiti, anche l’ordine dei giudici ANM e´ del medesimo parere. Sul come pero´ questo debba avvenire, ci sono divergenze. Il problema principale sono i tempi estremamente lunghi della giustizia italiana. I procedimenti penali durano mediamente otto anni. Chi intenta una causa civile deve mettersi nell’ordine di idee che il processo non verra´ aperto se non due o tre anni piu´ tardi. Il primo grado dei processi civili dura di media tre anni.

El Pais si è concentrato invece sul ruolo dell'Italia nella recente crisi in Libia, in un articolo significativamente titolato "Il doppio gioco di Berlusconi":

In nuce il patto si riassumeva così: “Io ti vendo il 28% della mia energia, capitalizzo le tue imprese in difficoltà e controllo l’uscita di immigrati l’emigrazione, e tu mi modernizzi il paese”. Da allora 180 imprese italiane hanno intrapreso affari in Libia, i petrodollari del colonnello sono entrati in numerose compagnie italiane, molte delle quali statali, e le pattuglie congiunte in acque libiche hanno bloccato, nel 2010, il 90% degli sbarchi di rifugiati in Sicilia. Con lo scoppio della rivolta a Bengasi, il luogo dove fu firmato il trattato nell’agosto del 2008, la posizione di Roma ha oscillato tra la paura di compromettere i suoi affari e l’obbligo di non allontanarsi dalla linea segnata dagli Stati Uniti. La sensazione, dal momento in cui Berlusconi ha dichiarato che non intendeva “disturbare” Gheddafi, è che Italia e Libia stiano giocando a un doppio gioco di difficile soluzione. Contro la linea dell’Unione Europea e le decisioni di Regno Unito, Stati Uniti, Spagna, Francia e Austria, Roma vigilerà soltanto, senza congelarle, sulle partecipazioni che il regime libico mantiene nel paese. (..)Negli ultimi giorni Gheddafi ha resuscitato la retorica nazionalista per attaccare a più riprese l’Italia e Berlusconi. Ma oggi come oggi nessuno sa veramente se il suo potente ambasciatore a Roma, Hafed Gaddur, personaggio chiave degli investimenti italiani e mentore di suo figlio Saif el Islam, abbia disertato o meno. 10 giorni fa Gaddur ha ammainato la bandiera della yamahiriya nell’ambasciata di Via Nomentana e ha comandato di issare quella monarchica. Togliendola due ore dopo. Oggi è ancora senza bandiera, ma è una delle poche ambasciate che si mantiene in contatto con Tripoli. La ragione è ovvia per Tito Boeri, professore di Economia alla Bocconi di Milano: “l’Italia è il primo socio commerciale della Libia. Gheddafi è il nostro primo fornitore di petrolio (un 20% di quello che importiamo) e il terzo di gas (un 10%). Nel 2010 abbiamo aumentato di un 20% le importazioni, mentre le esportazioni sono cresciute quasi allo stesso ritmo”.

Negli USA la CNN ha raccontato così la notizia della sospensione del trattato di amicizia tra Italia e Libia:

L’Italia ha sospeso l’accordo di amicizia con la Libia, firmato tre anni fa, che include una clausola di non-aggressione, secondo quanto ha riferito lunedì il portavoce del Ministro Italiano degli Affari Esteri. (..) «Non riteniamo più un nostro interlocutore il governo di Gheddafi, pertanto non pensiamo che sia appropriato ora.» Ma questo non significa necessariamente un’apertura alla possibilità che le forze armate degli Stati Uniti o della NATO possano sferrare operazioni militari nel paese nordafricano a partire dal territorio italiano, ha detto Amati. «Non c’è collegamento» ha detto. «Non c’è legame tra le due cose.» Infatti, ha dichiarato, le autorità italiane non si sono impegnate in discussioni con altri paesi sulla possibilità di utilizzare il suolo italiano per condurre operazioni militari, come ad esempio per imporre una zona di interdizione aerea o per sferrare dei possibili attacchi.

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