Esteri: il giro del mondo in tremila battute

Medio Oriente: Yemen, scontri tra esercito e militanti di Al Qaida. “Ognuno dovrebbe guardare alla Somalia e imparare.” In questa semplice frase, pronunciata nel fine settimana nel corso di un discorso televisivo, si riassume la versione che il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh intende divulgare per giustificare il proprio attaccamento al potere.

Pressato da settimane di manifestazioni di piazza che, sull’onda di Tunisia ed Egitto, chiedono le sue dimissioni e maggiori spazi di democrazia, Saleh si è autodefinito un “presidente costituzionale” e ha descritto il paese come “una bomba ad orologeria”.

Come già Mubarak prima di lui, il presidente yemenita giustifica la sua trentennale permanenza al potere con la necessità di dare al paese una guida forte per impedire il sopravvento di movimenti islamisti. Il riferimento è ai violenti scontri tra militanti di Al Qaida e forze di sicurezza yemenite che, secondo fonti dell’esercito, avrebbe lasciato sul terreno diversi morti negli ultimi due giorni.

La presenza di Al Qaida nello Yemen è ormai saldamente radicata (vi abbiamo già parlato del leader fondamentalista Anwar al Awlaki) e Saleh non ha mai mancato di presentarsi nei confronti degli Stati Uniti come l’uomo forte in grado di arginare la deriva islamista nel paese.

“Il popolo ha paura degli islamisti” ha dichiarato il presidente yemenita, aggiungendo che “il mondo arabo, compreso il popolo yemenita, è terrorizzato dall’eventulità che gli islamisti possano prendere il potere”.

Il paragone con la Somalia era già stato utilizzato in passato da Saleh per chiedere maggiore sostegno agli Stati Uniti. Lo troviamo infatti in uno dei file desecretati da WikiLeaks all’interno del cosiddetto Cablegate e di cui vi abbiamo parlato su queste pagine: nel documento, datato 2009, si riferisce come Saleh sostenesse con i diplomatici Usa che, se non si fossero sbrigati a intervenire, il paese sarebbe diventato peggio della Somalia.

In realtà, all’epoca, Saleh chiedeva sostegno economico e militare contro i ribelli Houthi, nel nord del paese. Il presidente yemenita tentava di ascrivere la ribellione a presunte influenze iraniane e tirava anche in ballo un coinvolgimento di Hezbollah: all’epoca gli Stati Uniti non lo avevano preso molto sul serio.

Oggi la situazione è radicalmente cambiata. Anche se Saleh ha dichiarato che il suo potere “non deriva dai carri armati, ma dal popolo”, il suo regime è minacciato da proteste di piazza sul modello di quelle egiziane e tunisine che, da settimane, ne chiedono le dimissioni. Per ora il presidente yemenita tenta la carta di presentare gli scontri con Al Qaida come un antipasto di quello che potrebbe accadere se dovesse lasciare il potere.

E' ragionevole pensare che saranno gli Stati Uniti a decidere se lasciare al potere il loro alleato (seppur imbarazzante) o favorire piuttosto una transizione di poteri in stile egiziano, per mantenere il controllo sul paese (che ospita un nutrito contingente militare Usa) e salvare l’apparenza di custodi della democrazia nel mondo.

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